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USO DEL FARMACO IN ZOOTECNIA: 7 MITI DA SFATARE SECONDO L’INDUSTRIA FARMACEUTICA VETERINARIA

  • 31 agosto 2019
  • Autore: Redazione VeSA
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Per contrastare la resistenza antimicrobica è necessario quello che viene definito approccio One health, promuovere cioè l'applicazione della multidisciplinarietà collaborativa per affrontare i rischi potenziali o attivi che hanno origine dall'interfaccia tra ambiente di vita e lavoro, popolazioni animali ed ecosistemi. In tale ottica,  la lotta alla antimicrobico-resistenza deve essere condotta congiuntamente dalla medicina umana e da quella veterinaria. Non è ancora stato chiarito quale sia il settore che contribuisce maggiormente all'insorgenza e alla diffusione della antibiotico-resistenza, ma è indubbio che sia l'uso del farmaco umano che l'uso di quello veterinario hanno un ruolo nell'insorgenza della antibiotico-resistenza.

Di seguito viene riportata la posizione dell'industria farmaceutica veterinaria che nel documento Antibiotics and antibiotic resistance  in veterinary sciences individua sette miti da sfatare circa l'uso del farmaco in zootecnia.

Molto prima che gli antimicrobici venissero usati in medicina, esistevano già microrganismi resistenti a questi. Infatti il crearsi dell’antimicrobico resistenza (AMR) è un processo evolutivo naturale, determinato da mutazioni genetiche, che consentono al microrganismo di resistere all’azione del farmaco. Il fenomeno rientra nei meccanismi di competizione biologica tra microrganismi e non risulta quindi né essere nuovo né la sua origine è un prodotto necessariamente solo dell’attività umana.

Certo è però, che rappresenta una grave minaccia per la sanità pubblica a livello globale e che per combatterla sono necessarie azioni congiunte da parte di politici, scienziati, veterinari, medici, agricoltori, industriali e non per ultimo anche dal singolo cittadino.

Sicuramente le categorie più “incriminate” sono i medici ed i veterinari, che prescrivono e somministrano antibiotici, ma sono anche le due categorie con più coscienza di causa e che quindi dovrebbero farlo secondo l’uso più oculato e responsabile possibile, prescrivendo l’antibiotico più indicato per quel microrganismo, alla dose giusta e rispettando il tempo di somministrazione dello stesso.

Anche se le evidenze scientifiche fino ad ora indicano che l’utilizzo di antibiotici in medicina umana è il fattore più importante nello sviluppo di ceppi antibiotico-resistenti, l’uso del farmaco in zootecnia ha attirato molta attenzione da parte del pubblico e viene spesso accusato di essere la prima causa dello sviluppo di ceppi resistenti nell’uomo, sostenuto da fonti di informazione che non rispettano i criteri base di una “buona scienza” (stime inaccurate, metodi inappropriati, risultati non ripetibili, correlazioni estrapolate da un esiguo gruppo di dati,etc…).

Facciamo chiarezza quindi su alcuni dei luoghi comuni dell’opinione pubblica sull’uso del farmaco nell’allevamento degli animali da reddito.

1. GLI ANTIBIOTICI VENGONO SOMMINISTRATI SOLO COME PROMOTORI DI CRESCITA

Falso. Gli antibiotici in zootecnia vengono somministrati per le stesse ragioni per cui vengono utilizzati in medicina umana, prevenire e curare le infezioni. Tutti i così detti antibiotici promotori di crescita sono stati vietati in tutta l’Unione Europea nel 2006 e lo sono tutt’ora. Le basse concentrazioni di antibiotici che vengono somministrati talvolta a bovini, suini e pollame tramite i mangimi medicati hanno il fine di mantenere lo sviluppo dei batteri a livello intestinale basso, così da contenere il possibile sviluppo di malattia grave, che richiederebbe dosi molto più elevate di antibiotici per curarla.

2. GLI ANTIBIOTICI VENGONO UTILIZZATI PER “COPRIRE” SCADENTI PRATICHE DI ALLEVAMENTO

Falso. Scadenti pratiche di allevamento significherebbe animali non produttivi e quindi perdite economiche per l’allevatore. Gli allevamenti al chiuso ad esempio, spesso criticati dai consumatori, riescono meglio a far rispettare le norme di Igiene degli Allevamenti e di Bio-sicurezza, proteggendo gli animali allevati da possibili predatori come la volpe, roditori ed uccelli che sono anche vettori di malattie infettive. Il Benessere Animale ha una rigida Legislazione ed è ormai chiaro agli addetti ai lavori che un animale sano e non stressato è meno predisposto a manifestare malattie e produce di più.

3. GLI ANIMALI DA REDDITO SONO LA PRINCIPALE FONTE DELLE INFEZIONI ANTIBIOTICO-RESISTENTI NELL’UOMO

Falso. Alcuni ceppi di microrganismi antibiotico-resistenti sono stati trovati negli animali da allevamento ed esiste quindi il rischio, seppur teorico, che possano causare problemi di salute nell’uomo, tramite la trasmissione diretta da animale ad uomo, tramite la contaminazione batterica degli alimenti o tramite lo scambio di geni resistenti da ceppi batterici tra animale ed uomo, ma non ne sono la prima causa. Le prove scientifiche indicano infatti che le infezioni resistenti nell’uomo sono dovute per lo più alla malattia contratta da altre persone o da superfici contaminate a livello ospedaliero. Inoltre, dei 18 ceppi resistenti individuati nel 2013 dal Centro per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie degli Stati Uniti d’America (CDC), solo per due di essi, Salmonella e Campylobacter, sono stati ipotizzati, come fonte di infezione, gli animali da allevamento. Vero è anche che questi due microrganismi sono ubiquitari e con una buona igiene nella preparazione degli alimenti e nella cottura di carne e dei prodotti lattiero-caseari il rischio di infezione si riduce a zero.

4. L’ANTIBIOTICO RESISTENZA E’ FACILMENTE TRASMESSA DAGLI ANIMALI ALL’UOMO

Non totalmente vero. Solitamente i microrganismi sono specie-specifici; questo vuol dire che un batterio che ha come specie ospite il bovino o la pecora, difficilmente può sopravvivere e replicarsi nell’uomo. Negli anni passati, da diversi studi di ricerca, erano stati scoperti, batteri resistenti alla stessa gamma di antibiotici sia nelle persone che negli animali. Con il miglioramento delle tecniche analitiche si è messo poi in evidenza come invece i geni coinvolti nell’antibiotico resistenza siano essere diversi per l’uomo e per gli animali, confermando che l’evoluzione della resistenza sia avvenuta in modo indipendente e non per trasmissione.

5. I CIA (Critically Important Antibiotics) SONO ABITUALMENTE UTILIZZATI IN ALLEVAMENTO

Non totalmente vero. Vi è una sovrapposizione nell’utilizzo in veterinaria di gruppi di antibiotici di valore medico come i macrolidi, i fluorochinoloni e le cefalosporine; ma ad esempio le cefalosporine vengono utilizzate solo per il trattamento di singoli animali e i fluorochinoloni costituiscono, in Europa, meno del 2% degli antibiotici utilizzati e tutti prevedono comunque la prescrizione medico-veterinaria per essere somministrati. Le tetracicline che rappresentano una delle più importanti classi di antibiotici in ambito veterinario, in alcuni paesi il loro uso è limitato ai soli pazienti umani; comunque, nonostante il loro ampio utilizzo anche negli animali, fino ad ora, i veterinari hanno riscontrato poche prove di sviluppo di ceppi resistenti per cui sia difficile curare l’infezione.

6. RESIDUI DI ANTIBIOTICI SPESSO SI RITROVANO NEGLI ALIMENTI

Non totalmente vero. Il monitoraggio ed il controllo di possibili residui di antibiotici negli alimenti per la salvaguardia dei consumatori è un dovere di tutti i governi. Gli alimenti vengono costantemente controllati e non solo riguardo alla possibile presenza di residui di antibiotici ma anche di metalli pesanti, contaminazioni batteriche o pesticidi. Negli Stati Uniti ed in Europa, la percentuale di campioni “contaminati” è risultata essere inferiore all’1%.

7. I PRODUTTORI DI ALIMENTI BIOLOGICI NON UTILIZZANO ANTIBIOTICI

Non totalmente vero. In alcuni Paesi l’utilizzo di antibiotici è permesso sia nell’allevamento biologico che in quello convenzionale. E considerando il fatto che far morire un animale malato, curabile con antibiotici disponibili, è moralmente inaccettabile, in sporadici e particolari casi e rispettando sempre il corretto utilizzo della sostanza ed il tempo di sospensione, è possibile utilizzare antibiotici anche nell’allevamento biologico.

 

Autore: Dott.ssa Moira Mattioni


 

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