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COVID-19 negli animali domestici: dubbi, ricerche e nuovi studi

  • 9 aprile 2020
  • Autore: Redazione VeSA
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Come già sottolineato in altri articoli pubblicati, ad oggi, non esiste alcuna evidenza che cani o gatti possano avere un ruolo attivo nella diffusione epidemica di SARS-CoV-2. In questo momento la trasmissione avviene solo per via interumana, prevalentemente per via aerogena diretta (attraverso goccioline respiratorie prodotte quando una persona infetta tossisce, starnutisce o semplicemente espira) e, meno frequentemente, per via indiretta toccando una superficie o un oggetto, su cui sia presente il virus, e poi toccandosi bocca, naso o occhi.

Gli ultimi riscontri e studi sembrano però dimostrare che gli animali domestici possano infettarsi con il nuovo coronavirus. Vediamo quindi la situazione nel dettaglio.

Come sottolinea l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) (nota 03/04/2020), il virus SARS-CoV-2, lasciato il probabile serbatoio animale selvatico, si è diffuso rapidamente in tutti i continenti, trovando nella specie umana una popolazione recettiva e in grado di permettergli una efficiente trasmissione intraspecifica. L'elevata circolazione del virus tra gli esseri umani sembra però non risparmiare gli animali che condividono con l'uomo ambiente domestico, quotidianità ed affetti. Ad oggi in realtà i pet sono comunque risultati coinvolti solo in rare occasioni. In particolare, alla data del 2 Aprile 2020, a fronte di 800 mila casi confermati nel mondo di COVID-19 nell’uomo, sono solamente 4 i casi documentati di positività da SARS-CoV-2 negli animali da compagnia: 2 cani e un 1 gatto ad Hong Kong e 1 gatto in Belgio. In tutti i casi, all'origine dell'infezione negli animali ci sarebbe la malattia dei loro proprietari, tutti affetti da COVID-19.

Per quanto riguarda le manifestazioni cliniche dell’infezione da nuovo coronavirus nei pet, si sono osservate forme asintomatiche/paucisintomatiche nei 2 cani e nel gatto di Hong Kong mentre il gatto risultato infetto in Belgio ha presentato sintomatologia evidente.

In particolare tale paziente felino ha manifestato difficoltà respiratoria, tosse e sintomatologia gastroenterica (anoressia, vomito e diarrea) a distanza di una settimana dal rientro della proprietaria dall'Italia. I sintomi sono quindi andati in regressione spontanea a partire dal nono giorno dall'esordio della malattia.

Nel rapporto, realizzato dal Comitato scientifico istituito presso l'Agenzia Federale Belga per la Sicurezza Alimentare (FASFC), viene indicato che nel vomito e nelle feci del gatto è stata evidenziata un'elevata carica virale. Questo riscontro, insieme alla sintomatologia manifestata, fa ipotizzare che l'animale, dopo essere stato esposto al contagio da parte della sua proprietaria in quarantena per COVID-19, sia andato incontro a una infezione virale produttiva cioè accompagnata da una attiva replicazione del virus.

Il portavoce del Centro di crisi interfederale belga ha sottolineato che “si tratta sicuramente di un caso isolato che può essere spiegato dallo stretto contatto tra l'animale e il padrone e ad oggi non c’è motivo di pensare che gli animali possano essere vettori dell'epidemia. In questa situazione il gatto è quindi la vittima di un'infezione riguardante l’uomo”. Inoltre alla luce delle indagini effettuate, il Comitato scientifico ha definito basso il rischio di infezione degli animali da parte dell'uomo e trascurabile il rischio di infezione umana da parte di animali rispetto al rischio di contagio interumano.

È opportuno inoltre sottolineare che, in tutti e 4 i casi descritti, gli accertamenti diagnostici sono stati condotti mediante tecniche molecolari e, al momento, non sono disponibili dati di isolamento virale, utili a definire con maggiore certezza lo stato di infezione. Tuttavia, in uno dei due cani di Hong Kong la positività degli accertamenti sierologici (ricerca di anticorpi) supporta l'ipotesi che il cane fosse infetto da SARS-CoV-2.

Altra notizia di questi giorni è che in Cina, i ricercatori dello “State Key Laboratory of Veterinary Biotechnology” di Harbin, hanno effettuato degli studi per valutare la possibilità di infezione degli animali con il nuovo coronavirus e comprendere meglio il loro eventuale ruolo epidemiologico nell’attuale pandemia.

In particolare, agli animali utilizzati nello studio sono state inoculate, per via intranasale, dosi massicce di materiale infettante, in quantità molto più elevata rispetto a quella con cui potrebbero venire in contatto in situazioni reali anche in caso di rapporti ravvicinati e ripetuti con una persona malata di COVID-19, come può ad esempio capitare per i pet di proprietari positivi.

I risultati ottenuti, ripresi e convalidati da ricercatori statunitensi, indicano come i furetti e i gatti sono altamente sensibili al SARS-CoV-2, i cani hanno una bassa suscettibilità mentre maiali, polli e anatre non sono sensibili al nuovo coronavirus. In particolare, per quanto riguarda i gatti, i ricercatori affermano che tutti i soggetti hanno sviluppato anticorpi in grado di combattere il virus, il virus si replicava in modo efficiente ed è stato trasmesso (attraverso goccioline respiratorie) a gatti sani posti nelle vicinanze di quelli infettati sperimentalmente.

È molto importante comunque sottolineare che alla luce dei fatti, il riscontro dei 4 animali con infezione spontanea così come le ricerche svolte in Cina, non cambiano il quadro delle conoscenze attualmente asserite da tutte le autorità sanitarie mondiali, circa l'assenza di evidenze che gli animali d'affezione in generale possano trasmettere il coronavirus.

Si ribadisce quindi che non esiste ad oggi alcuna dimostrazione che cani o gatti giochino un ruolo nella diffusione epidemica di SARS-CoV-2 che riconosce, invece, nel contagio interumano la via di trasmissione. Gli stessi ricercatori cinesi hanno dichiarato che "i proprietari di animali domestici non hanno motivi di preoccupazione" e hanno ribadito che "non ci sono prove che possano confermare la capacità degli animali domestici di diffondere il virus".

Anche in Italia si stanno effettuando studi per confermare il fatto che i pet non hanno nessun ruolo epidemiologico attivo per COVID-19. In particolare il professor Sergio Rosati, Ordinario di Malattie infettive del Dipartimento di Scienze Veterinarie di Torino, sta conducendo uno studio per valutare la carica anticorpale in animali domestici che sono stati a contatto con proprietari malati di COVID-19.

Il professore chiarisce che gli animali domestici possono svolgere 2 ruoli nella situazione pandemica che stiamo vivendo: il primo è quello di essere vettori passivi del virus come una qualsiasi superficie inanimata (maniglia della porta, cellulare, tavolo, carrello della spesa al supermercato), il secondo è quello di soggetti che possono contaminarsi. Per stabilire quindi se, in quest’ultimo caso, l’animale può diffondere attivamente il virus, si stanno effettuando studi su campioni di sangue prelevati da soggetti a stretto contatto con persone malate. In un’intervista al quotidiano la Stampa, il professore chiarisce infatti che: “lo studio che stiamo conducendo mira a capire se c'è un movimento anticorpale nei cani e gatti che sono stati a contatto con persone positive Covid-19. Se questo non verrà riscontrato, così come onestamente ci aspettiamo, allora vuol dire che se l'animale è venuto a contatto con delle dosi infettanti allora l'infezione che ha subito è talmente blanda da non aver neanche coinvolto il sistema immunitario. E questo avvalorerebbe l'ipotesi che non giocano alcun ruolo attivo nella trasmissione”.

Per confermare questa ipotesi serve poter testare un adeguato numero di animali ed è per questo che viene chiesta la collaborazione di veterinari e laboratori diagnostici affinché raccolgano e inviino questi campioni per poterli analizzare.

In conclusione, allo stato attuale si può quindi affermare che i pet, vivendo a stretto contatto con i loro proprietari malati, potrebbero occasionalmente, o meglio molto raramente, contrarre l'infezione da SARS-CoV-2 ma, certamente, nei casi finora osservati, gli animali sono stati soltanto incolpevoli “vittime” della situazione e sicuramente non untori o diffusori della malattia.

È quindi molto utile e necessario intensificare gli sforzi per raccogliere ulteriori dati sull’eventuale comparsa di malattia nei nostri animali da compagnia ma al tempo stesso è indispensabile EVITARE OGNI ALLARMISMO e ancor più atteggiamenti ingiustificati e sempre condannabili di abbandono (che tra l’altro rappresenta anche un reato penale).

Un ultimo aspetto molto importante è anche quello della prevenzione.

Come già indicato in precedenza da ISS, Ministero della Salute e da altri organismi internazionali, le persone malate devono rispettare, anche nei confronti dei loro pet, delle misure di corretto comportamento, di seguito indicate, per ridurre quanto più possibile l'esposizione degli animali al contagio:

1. evitare da parte delle persone malate contatti ravvicinati con gli animali, così come si richiede di fare nei confronti degli altri membri del nucleo familiare;

2. evitare assolutamente baci o condivisione del cibo con i pet;

3. sarebbe opportuno che qualcun altro si prendessero cura dei pet e, se ciò non fosse possibile, è utile indossare una mascherina quando si è a contatto con gli animali;

4. seguire sempre le norme igieniche di base, valide in ogni situazione, ed in particolare il corretto lavaggio delle mani con acqua e sapone o l’utilizzo di gel disinfettanti a base alcolica prima e dopo aver toccato gli animali.

L’ultima considerazione riguarda il ruolo fondamentale che gli animali domestici svolgono, contribuendo al benessere e alla gioia dei loro proprietari, arrivando ad avere un effetto di sostegno e supporto e, per alcuni versi, quasi terapeutico, soprattutto in periodi di stress e paura come quello attuale.

L’ISS suggerisce quindi, in assenza di sintomi riferibili a COVID-19 e se non si è in isolamento domiciliare, di passare del tempo con il proprio pet e accompagnare il proprio cane nell'uscita quotidiana (nel rispetto della normativa) contribuendo così a mantenere in salute se stessi e gli amici animali.

 

Autore: Dott. Stefano Gabrio Manciola

 

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